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Il
Piccolo Colbricon ha la forma di un grande cuneo inclinato
verso l'alto e verso sud e culmina nell'affilata
cima rocciosa con pareti strapiombanti. L'unico
lato accessibile con facilità è quello
nord, che degrada verso la foresta di Paneveggio. Tutta
la zona del Colbricon fu teatro di durissimi combattimenti
tra italiani e austriaci, durante la I° guerra mondiale.
Sulle due vette del Colbricon si condusse un’aspra
guerra di posizione, resa ancora più dura da
quella che fu chiamata "guerra di mine"
e dalla cosidetta "morte bianca". 
La bellezza dei luoghi è turbata dalla presenza,
ben visibile ancor oggi a distanza di quasi 100 anni,
di centinaia di trincee aggrovigliate, fortificazioni,
gallerie nella roccia, caverne, camminamenti, filo spinato:
per terra schegge di bombe e granate a migliaia. Nelle
trincee si trovano ancora le scatolette arrugginite
del rancio, suppellettili, cartucciere, fibbie, suole
di scarpe, appartenuti a poveri soldati mandati al macello,
a "color che da opposte sponde per un pugno di
sassi hanno pagato la lor vita", come dice una
poesia di Sergio Brighenti.
A
quota 1.630 metri, nei pressi di un bivio sulla statale,
che scende dal Passo Rolle, con una strada forestale,
in corrispondenza dell'ottavo tornante, ci si immette
nella foresta di Paneveggio superando tre successivi
ponti su impluvi di torrenti fino ad incontrare
alcune casette in legno della forestale e quindi si
prosegue fino alla ex
Malga Colbricon (m 1.838). A
destra della malga, verso sud-ovest, appare un vasto
corridoio poco boscato, effetto di una slavina di qualche
anno fa, su pendio che inizia piuttosto ripidamente.
Detto pendio, più diretto e facile per l'orientamento,
non va affrontato in caso di neve poco assestata. Ci
si innalza allora diagonalmente verso ovest sul costone
sovrastante, incontro al bosco (segnalazioni sugli alberi),
dapprima abbastanza ripido poi più
dolce, fino ad arrivare ad una serie di caverne,
residuato della Grande Guerra, che dominano la valle
sottostante. Da
questa posizione panoramica si intravede il lago di
Paneveggio e sullo sfondo il Passo Lusia con le Dolomiti.
Si prosegue ancora nel bosco fino ad aggirare la modesta
dorsale (quota 2.029) ed entrare nella pianeggiante
conca
delle Buse de l'Oro (m 2.050). Deviando
verso sud-est si risale abbastanza faticosamente l'anfiteatro
roccioso per guadagnare l'ampio, ondulato e regolare
pendio
settentrionale del monte (quota 2.200).
In questa zona le trincee del nemico
distavano poche decine di metri una dall'altra, gli
attacchi erano incessanti con continui arretramenti
e avanzamenti, bombardamenti, assalti alla baionetta,
con massacri spaventosi per conquistare posizioni poi
magari perse dopo poche ore.
Attraversando
diagonalmente il vasto pendio nevoso si continua in
direzione della sommità con costante
salita.
L'ultimo strappo, appena più ripido, consente
di guadagnare la vetta,
punto panoramico di notevole interesse:
dal prospiciente
Colbricon, a sud, e sulla catena
dei Lagorai verso
ovest fino alla massiccia piramide di Cima Cece, la
vetta più alta del gruppo coi suoi 2.754 metri.
A nord la catena di Cime Bocche e Iuribrutto nasconde
appena i gruppi del Latemar, Catinaccio, Marmolada;
ad est si schierano le Pale
di San Martino. 

Il ritorno
avviene per lo stesso itinerario di salita, impiegando
complessivamente 8 ore circa.
Il
poco tempo a disposizione nel pomeriggio del giorno
precedente (4 ore circa), ci ha permesso una piacevolissima
ascensione alla cima del Castellaz, facile percorso
che dal Passo Rolle (1.980 m) raggiunge, a bordo pista,
la Capanna
Cervino. Oltre la capanna, l'itinerario prosegue
verso nord-est per dolci
pendii,
innevati magnificamente ,
fino ad aggirare quasi completamente il complesso
roccioso che costituisce la cima vera e propria.
Un
ripido
canalino di oltre cento metri, in parte innevato,
ci accompagna, con non poca fatica, sul versante
settentrionale della montagna e poi, in breve tempo ,
alla
vetta sulla quale è posta una rudimentale
croce
avvolta da filo
spinato, in ricordo della Grande Guerra. I 350 metri
di dislivello che separano il Passo Rolle dalla Cima
Castellaz e la posizione isolata al limitare della Val
Venegia permettono di contemplare l'imponente mole del
Cimon
della Pala e le altre vette delle Pale, fino al
Mulaz.
La
cima piatta e trapezoidale del Castellaz fu trasformata
dai soldati italiani in caposaldo che fronteggiava le
linee nemiche di Paneveggio e del massiccio di Cima
Bocche. Trincee coperte, resti di baraccamenti e rifugi
sono ancora oggi molto evidenti sull'altopiano roccioso
che costituisce la cima del Castellaz.
I riferimenti in corsivo sono estrapolati
da: "Girovagando in Trentino"
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